Che cos'è l'induismo?

Se sei qui per capire in maniera semplice la religione “Induista” per mera curiosità, o magari perché vuoi intraprendere l’indirizzo del Tantra, allora sei nel posto giusto!

Prima di tutto però ci tengo a specificare che una religione Induista o Buddhista ecc. è un requisito “indispensabile” solo per l’indirizzo del Tantra “tradizionale”, mentre se non vuoi professare alcuna religione oppure ne professi una che non può comprendere l’indirizzo tantrico, allora puoi tranquillamente seguire la strada neo-tantrica.

Ora però passiamo al succo cercando di non annoiarci e cercando di capire nella maniera più semplice questa affascinante religione!


Tutti lo conoscono come “Induismo” o “hindūismo”, ma tradizionalmente si dice: “Sanātanadharma” tradotto letteralmente: “legge/religione eterna”.


È la terza “religione” più diffusa al mondo, dopo l’Islam e il Cristianesimo, ma soprattutto con le origini più antiche.

Ho scritto religione tra virgolette, perché non è solo una religione, definire questo termine è complicato, perché l’Induismo può essere considerato come: una serie di correnti religiose, devozionali e/o metafisiche e/o teologico-speculative, e ancora, una serie di modi di comportarsi, abitudini quotidiane spesso eterogenee, aventi comunque un nucleo comune di valori e credenze religiose, ma differenti tra di loro a seconda del modo in cui viene interpretata la letteratura e la tradizione Induista.


Ciò che noi conosciamo oggi come “Induismo”, all’origine, viene considerato come “Vedismo” da molti studiosi. Per farla breve la religione dei Veda (antichissima raccolta di testi sacri) è stata importata dagli Indoari o Arii (un popolo nomade che invase l’India Settentrionale intorno al ventesimo secolo a.C.) ed è stata tramandata oralmente per secoli, finché non venne trascritta a mano a mano e con il passare del tempo, in una raccolta scritta.


Piccola precisazione: su Wikipedia o su internet potrai leggere di Vedismo, Brahmanesimo e Induismo, ma non preoccuparti, non c’è nulla da confondere, fondamentalmente si sta parlando della stessa religione che si è sviluppata negli anni, dal Vedismo, al Brahmanesimo e fino ai giorni nostri come Induismo, le caratteristiche fondamentali sono rimaste immutate, la raccolta dei testi sacri è quella, ciò che è cambiato sono i ruoli sacerdotali di cui non parlerò in questo articolo per non annoiarti troppo.


Un’altra piccola precisazione è che i fedeli hindū non indicano la loro fede religiosa come “Induismo”, ma come già detto “Sanātanadharma”, e ancora “Varṇāśramadharma”: come il Dharma che regge ogni essere secondo la sua collocazione (varna) assegnandogli un impegno suo proprio (āśrama) di ordine sociale, religioso e morale.

E ancora può essere tradizionalmente indicato come Āryadharma, la Religione degli ārya (indoari o arii), e Vaidikadharma, la Religione dei Veda.

Si lo so, è veramente un casino, per questo ho scritto fin dall’inizio che è una religione difficile da definire, però ricapitolando:

Quando parliamo di “Hindūismo, Sanātanadharma, Varṇāśramadharma, Āryadharma e Vaidikadharma” stiamo parlando comunque di quello che noi intendiamo come “Induismo” (la terminologia più recente, diffusa da orientalisti occidentali e da studiosi indiani a partire dal 19esimo secolo d.C.)

Ci tengo a ripetere che questo termine è veramente difficile da definire poiché fa riferimento a tantissime tradizioni religiose allo stesso tempo, e soprattutto non c’è un’autorità centrale che ne regoli la pratica e che stabilisca una definizione precisa, come il Vaticano per il Cristianesimo per capirci.

Nonostante questa confusione e incertezza generale possiamo affidarci a Stefano Piano che affermò ciò che segue: “Con il termine ‘Induismo’ si può indicare un'intera cultura, una visione del mondo e della vita, un modo di essere e di comportarsi, una serie di abitudini quotidiane che si tramandano da millenni, con scrupolosa tenacia, in seno ad una civiltà estremamente fedele al proprio passato e nella quale predomina una concezione religiosa dell'uomo e dell'universo".


Ma abbiamo anche una definizione giuridica dei contesti hindu e hinduismo secondo la corte suprema dell’India divisa in 7 punti:

  1. L'accettazione rispettosa dei Veda come la più alta autorità riguardo agli argomenti religiosi e filosofici, e l'accettazione rispettosa dei Veda da parte dei pensatori e filosofi induisti come base unica della filosofia induista;

  2. Lo spirito di tolleranza e di buona volontà per comprendere e apprezzare il punto di vista dell'interlocutore, basato sulla rivelazione che la verità possiede molteplici apparenze;

  3. L'accettazione, da parte di ciascuno dei sei sistemi di filosofia induista, di un ritmo dell'esistenza cosmica che conosce periodi di creazione, di conservazione e di distruzione, periodi, o yuga che si succedono senza fine;

  4. L'accettazione da parte di tutti i sistemi filosofici induisti della fede nella rinascita e preesistenza degli esseri;

  5. Il riconoscimento del fatto che i mezzi o i modi di raggiungere la salvezza sono molteplici;

  6. La comprensione della verità che, per quanto grande possa essere il numero delle divinità da adorare, si può essere induisti e non credere che sia necessario adorare le Murti (rappresentazioni) delle divinità;

  7. A differenza di altre religioni o fedi, la religione induista non è legata a un insieme definito di concetti filosofici.


Ora però passiamo alle credenze e alle pratiche più comuni dell’Induismo:


Gli hindu si suddividono in caste d’appartenenza, Varna in sanscrito significa “colore” e difatti a ognuna delle caste o jati viene assegnato un colore simbolico. Ora vediamo quali sono questi gruppi:

  • I brāhmaṇa (italianizzato in “brahmano” sono quelli che praticano le funzioni sacerdotali e/o religiose

  • I ksatriya invece sono quelli che ricoprono i ruoli di guerriero e/o politico-amministrativi

  • I vaisya sono colore che si occupano delle attività agricole, l’allevamento del bestiame o il commercio

  • Poi ci sono i sudra, l’ultima casta, definita portatrice di “disgrazia”

Le donne come già forse abbiamo detto si devono unire con uomini della loro stessa casta, i figli dei sudra invece vengono definiti “Candala”, infimi tra i fuoricasta.

Oltre agli hindu inseriti in questo sistema di caste c’è anche il numeroso gruppo di avarna (privi di colore, i “fuori casta”), gli “intoccabili” (niḥspṛśya).

Sembra confusionaria come cosa, ma l’appartenenza ad un varna non indica un’attività professionale, né individua un gruppo di persone che svolge attività simili, piuttosto indica il ruolo e il compito religioso in cui è collocato un individuo fin dalla sua nascita secondo la tradizione vedica.


Passiamo agli stadi della vita di un hindu:


Vengono definiti come Asrama e compongono il “percorso” esistenziale e religioso dei quattro stadi della vita di un hindu. Nella sua forma tradizionale questo percorso è riservato agli arya ovvero ai primi tre varna di sesso maschile, esclusi invece da tale percorso i sudra, i fuori casta e le donne, a qualsiasi casta esse appartengano, lo so, è una cosa terribilmente sessista e patriarcale da leggere, ma come ho scritto questa è una forma tradizionale, moltissime donne si sentono libere di professare questa religione sentendosi parte di questo percorso esistenziale.


Ma andiamo ad approfondire questi 4 stadi:


  1. Brahmacarya: è lo stadio del giovane studente religioso “il brahmacarin”, quest’ultimo deve iniziare e completare lo studio del Veda da un maestro o guru, praticando una rigida castità. Si accede a questo stadio con un rito fondamentale, l’upanayana.

  2. Garhasthya: il giovane ormai diventato uomo, rientra nella normale vita familiare per poi preparasi al matrimonio ed essere colui che “sta in casa” (grastha), compiendo i riti propri del capofamiglia, ma anche godendo delle soddisfazioni mondane. Questo stadio esistenziale è importante per l’intera società hindu perché, “tutti gli uomini che vivono negli altri stadi della vita dipendono da coloro che vivono in questo”.

  3. Vanaprastha: il capofamiglia ormai diventato anziano ha ancora dei precisi doveri rituali, ma gradualmente inizia a passare in una condizione totalmente ascetica rinunciando ai piaceri mondani, vivendo in uno stato di povertà, meditando sul Veda e praticando lo yoga e l’ascesi (tapas)

  4. Samnyasa (rinuncia al mondo): “dopo aver trascorso il terzo quarto della propria vita nella selva, durante il quarto egli abbandonerà gli attaccamenti e diverrà un asceta errante”. Quindi come “asceta errante” (yati) privo di qualsiasi possesso, di casa o di focolare, vivrà solo di elemosine.

Possiamo dire che la vita di un predicante hindu è decisamente poco accomodante o almeno, non quanto le religioni cristiane e le vite occidentali.


Ma ora passiamo al Dharma, le norme religiose induiste:


In origine la nozione del Dharma indicava un’armonia necessaria all’universo affinché esso mantenga la sua coerenza ed il suo ordine. Il mantenimento di tale ordine del Cosmo non poteva che riflettersi nel destino dell’individuo che se ne faceva portatore, ovvero nel suo karman; progressivamente i due termini vengono a collegarsi nel secondo secolo a.C. e quindi il termine "dharma" viene a significare per l’individuo: l’insieme degli obblighi che deve soddisfare per vivere nell’ordine naturale, e quindi per inserirsi nella società.


Proseguiamo parlando della Purusarta, nozione dei “quattro scopi legittimi della vita”:


Composti dai 3 legittimi obiettivi “mondani” (trivarga) e uno, moksa, che li trascende tutti. Ma andiamo a vedere questi 4 scopi nello specifico e i relativi manuali:

  1. Artha: ricchezza materiale, successo, benessere, potere, anche politico, il manuale “del buon governo” si chiama Arthasastra.

  2. Kama: piacere, soddisfazione dei desideri, anche sessuali, in tal senso i manuali del sesso sono i famosissimi Kamasutra.

  3. Dharma: giustizia, etica, ordine, valori anche religiosi; questo scopo deve assorbire e guidare i due precedenti in modo da non farli sconfinare nell’illegittimità fornendogli quella necessaria armonia con la legge e l’ordine dell’interno universo; i manuali per far ciò vanno sotto il nome di Dharmasutra e Dharmasastra.

  4. Moksa: o mukti, la libertà assoluta, ovvero il fine ultimo di ogni esistenza hindu e di ogni esistenza in generale. Essa consiste nella liberazione dalle catene del nascere-morire, (samsara, letteralmente “scorrere insieme) obiettivo ultimo dell’ultimo stadio della vita, il manuale samnyasa; in tal senso i sutra propri delle differenti Darsana.


Ma ora descriviamo una giornata tipica di un devoto hindu:


Come già abbiamo premesso, la descrizione dei comportamenti religiosi che scriverò di seguito si rivolgono principalmente, se non esclusivamente, ai maschi delle tre mire caste, gli arya, e si escludono dalle pratiche che andremo a descrivere, sia i sudra che le donne, a qualsiasi casta quest’ultime appartengano. E voglio comunque precisare di nuovo, che una donna può tranquillamente convertirsi all’induismo se lo vuole, senza attenersi ai tradizionali concetti induisti tenendo presente che il patriarcato è stato importato in India e che originariamente le donne e gli uomini erano sullo stesso livello.

Ma ora passiamo a una giornata di un devoto hindu:


Il capofamiglia (snataka) deve svegliarsi all’aurora, prima che il sole si innalzi, e prima di rivolgersi a chiunque, deve pronunciare il nome della sua divinità (ista devata).

Dopo si guarda il palmo delle mani, come segno di buon augurio,

e sempre per compiere un gesto di buon auspicio deve toccare con la mano la terra.


Poi, di fronte all’altare familiare, deve pronunciare dei mantra, ragionando su come, durante la giornata, potrà rispettare il Dharma (le norme religiose ed etiche) svolgendo i compiti riguardanti la sua attività.


L’igiene e il concetto di purezza possiedono un valore importantissimo per gli hindu e per questo sono rigidamente codificate, a cominciare dal bagno quotidiano che deve essere eseguito con la recitazione di mantra appositi.

Durante le “abluzioni” nel fiume spesso viene praticato il rito detto tarpana, che consiste nel raccogliere acqua fluviale con i palmi delle mani unite e riversandola mormorando dei mantra, questo allo scopo di rispettare sia le divinità che i “padri” (pitr, gli antenati).

Dopo le abluzioni del mattino, il devoto applica sul suo corpo e sul suo volto i tilaka o pundra, dei segni caratteristici del proprio sampradaya (comunità, confessione religiosa), necessari poiché grazie all’aggiunta di questi segni, i riti quotidiani daranno frutto.


Segue la preghiera del mattino indicata come samdhya, consiste anche nella recitazione, per diverse volte, dei versi del Gayatri, il primo mantra che l’hindu ha imparato a memoria durante il suo brahmacarya: «tat saviturvareṇyaṃ bhargho devasya dhīmahi dhiyo yo naḥ pracodayāt»

Tradotto:

«Meditiamo sullo splendore eccelso del divino Sole (Vivificante),

possa Egli illuminare le nostre menti»


Successivamente segue l’eventuale Puja (adorazione) consistente nell’adorazione per mezzo di luci fatte ondeggiare, incenso bruciato e prostrazioni nei confronti della divinità prescelta.

L’adorazione nei confronti della divinità è l’adempimento del primo dei “cinque debiti” (pancarna) che un uomo affronta al momento della sua nascita, ma vediamoli tutti:


  • Il debito verso i deva che si ripaga per mezzo dell’adorazione e dei sacrifici;

  • Il debito nei confronti dei rsi, gli antichi saggi, che si ripaga per mezzo dello studio durante il brahmacarya

  • Il debito verso i pitr, gli antenati, il quale si ripaga tramite la procreazione, e nei confronti dei propri maestri che si ripaga tramite donazioni;

  • Il debito verso l’umanità che si ripaga tramite il dovere dell’ospitalità

  • Infine il debito nei confronti di tutti gli esseri che viene ripagato offrendo agli animali gli avanzi dei pasti.

Ci sono altre pratiche induiste e nozioni, come i Vimana e i Mandira, i templi degli hindu;

la consacrazione dei templi e delle immagini sacre, i pelligrinaggi e le festività religiose,

ma soprattutto ci sono dei concetti di cosmogonia e cosmologia molto interessanti di cui parleremo nella seconda parte di questo articolo.


In conclusione possiamo dire che l’induismo non è per niente una religione “facile” o “accomodante” e non è di certo una religione a cui ti puoi convertire online, ma soprattutto è molto di più di una religione, è uno stile di vita e una filosofia per niente semplice da comprendere e da condividere.


Se sei convinto di volerti convertire all’induismo, magari per seguire l’indirizzo del Tantra tradizionale, allora ti consiglio di leggere questo articolo:

Se vuoi comunque seguire l’indirizzo del Tantra tradizionale, ma credi che l’induismo non faccia per te, allora ti consiglio di valutare altre religioni/filosofie, come il buddismo.


Altrimenti, se la religione non è un aspetto che trovi necessario per praticare il tantra, puoi sempre optare per il neo-tantrismo.

Fonte informativa completa:


© wikipedia


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